Lo psicoanalista e la città

L'inconscio e il discorso del capitalista

di Massimo Recalcati

manifesto libri

Un motivo comune attraversa questa raccolta di scritti brevi: è possibile pensare, ancora oggi, all'inconscio come soggetto del desiderio?
E, soprattutto, è possibile pensare l'inconscio non al passato ma all'avvenire?  Sotto al divano dello psicoanalista scorre sempre una strada, unquartiere, una città, una Civiltà. Questo libro testimonia la vocazione sociale della psicoanlasi. Il lettore vi troverà una grande varietà di temi. Come inizio i ritratti di tre formidabili maestri del Novecento che hanno saputo pensare il soggetto senza imprigionarlo in una monade ideale: Freud, Sartre e Lacan. Il centro del volume riguarda la natura del legame sociale nel tempo dell'impero dell'oggetto di consumo. Un totalitarismo soft prende corpo dalle ceneri fumanti dei totalitarismi fondati sull'imago del Padre totemico. Per concludere, il binomio Civiltà e disagio nell'epoca dominata da ciò che Lacan ha chiamato il "discorso del capitalista". Quali forme hanno assunto il disagio freudiano della Civiltà, la nuova psicologia delle masse, le nuove manifestazioni sintomatiche?  Quali immagini possono testimoniare questa nuova condizione dell'essere parlante? I testi che compongono questo volume sono il frutto della lunga collaborazione dell'autore con Il manifesto.

Indice

  • Introduzione, Francesca Borrelli
  • Avvertenza
  • Parte I - Ritratti
    Il doppio passo di Freud
    Salvare Sartre?
    Jaques Lacan e il rovescio di Freud
    La psicoanalisi come dottrina del godimento
    Jaques-Alain Miller letore di Lacan
  • Parte II - Legami totalitari
    Totalitarismi contemporanei
    La famiglia e il fantasma della "tutela totalitaria"
    Conformismo e pensiero
    La seduzione della guerra
    Il Seminario XVII di Jaques Lacan: un'analisi del potere
    L'inconscio all'avvenire: sulla malattia storica della psicoanalisi
  • Parte III - Il disagio contemporaneo
    Il Nirvana contemporaneo
    I nuovi sintomi e la clinica psicoanalitica
    Angoscia e invidia: una lettura di Melanie Klein
    Destini dell'immagine nell'epoca senza "aura"
    L'anima informe dell'arte contemporanea
    Un'opera è sempre biografica?
    L'abito e i suoi fantasmi
    L'uomo senza inconscio

Introduzione di Francesca Borrelli

C'è un modo di parlare degli autori amati, dei propri maestri ideali, che consiste nel riprodurre, spiegandolo, il loro pensiero; e c'è un altro modo che si risolve nel rendere quel pensiero visibile. È questo l'effetto che fanno gli scritti di Massimo Recalcati, probabilmente perché sono una espressione del suo modo militante di esercitare la psicoanalisi, ossia di vivificarne i contenuti facendoli reagire sullo sfondo sociale che tutti ci riguarda; non a caso ha originariamente affidato gli scritti che in questo libro sono raccolti alle pagine del Manifesto. Dunque, la sua conoscenza passionale di Freud e di Lacan innanzi tutto, ma anche di Sartre, di Nietzche, di Adorno e di Hannah Arendt, non solo gli consente uno sguardo topografico in grado di restituire la messa a fuoco dei dettagli cruciali dell'opera di questi autori, così che ci rende agevole rintracciarne nessi e raccordi, ma ci induce -senza prescrivercelo- a disimparare molto di ciò che  avevamo introiettato dal senso comune; perché era inevitabile che un lesico universalmente condiviso, com'è quello quello della psicoanalisi, portasse con sé anche imbastardimenti di significati, equivoci, false credenze.

[...]

Nella loro rigorosità gli scritti di Massimo Recalcati esibiscono una impronta fortemente personale, a volte perentoria, che comunica la singolarità di una ammirazione coraggiosa perché esposta, ossia interpretativa, vale a dire mai meramene didascalica. Così la lettura che ci restituisce dei suoi autori è tutt'altro che pedissequa: non li tallona da vicino aspirando loro le parole parole di bocca, piuttosto, dopo avere camminato a lungo al loro fianco, li guarda dalla distanza che permette una sintesi dove non soltanto i diversi elemnti si connettono, ma traggono alimento da affluenti di altre regioni del sapere.

Nell'obesità patologica è proprio questa dimensione di intasamento della mancanza che si manifesta in tutta la sua drammaticità.
Curare un'anoressica-bulimica, o un soggetto obeso significa davvero normalizzare il loro appettito? E' questo l'obiettivo di una cura? Fare mangiare, fare mangiare normalmente evitando gli eccessi, interrompere il ciclo infernale delle abbuffate e del vomito? Una cura è davvero un raddrizzamento ortopedico di un eccesso alimentare "in più o in meno" che scompagina la normalità? Che cosa sarebbe allora un'alimentazione normale? Ma davvero gli essere umani ricercano l'equilibrio della normalità è la mezza porzione consigliata recentemente da un ministro della repubblica, oppure in essi, come la psicoanalisi invita a pensare, c'è una spinta a godere che oltrepassa le cornici tranquillizzanti del giusto equilibrio?
La psicoanalisi non ha scelto la via della normalità come criterio della felicità, ma quella della particolarità. Ciascuno deve riuscire a trovare la propria giusta misura, il proprio grado di felicità.