Depressioni

Tristezza, disinteresse verso il mondo, disperazione e smarrimento del senso della propria esistenza sono sensazioni tristemente familiari per chi soffre di depressione, un male di vivere che origina da un’esperienza di perdita. Un lutto, una separazione, un trasferimento in un’altra città, la fine di una storia d’amore posso a tal punto incidere sulla vita di una persona da spaccarne la storia in un “prima” pieno e sereno e un “dopo” dove niente ha più senso. Al punto che chi soffre di depressione si ritira progressivamente in un isolamento fatto di solitudine e rifiuto del mondo: attività quotidiane come lavorare, accudire i figli, aver cura del legame con il proprio partner diventano improvvisamente impossibili, all’orizzonte non ci sono prospettive e nulla riesce a contrastare la mancanza di vitalità che a poco a poco spegne chi soffre di depressione. Un aiuto può venire dai farmaci, abbondantemente prescritti in questi casi. Ma il ricorso ai medicinali non è tuttavia risolutivo, non agisce sulle cause profonde che hanno portato la persona a rifugiarsi nella depressione in un particolare momento della sua vita.

Per riprendere il filo della propria vita Jonas propone percorsi di psicoterapia individuale o di gruppo che si propongono come luoghi di ascolto della sofferenza e della storia unica e particolare di ognuno. Perché liberarsi è possibile.

Approfondimenti

Quell’oscuro male di vivere
Intervista a Francesca Perini

La depressione è stata definita il male del XX secolo. Come mai nel periodo di maggior sviluppo delle tecnologie e del benessere la società viene colpita dal cosiddetto “male di vivere”?

La società del consumo sembra indicare che la panacea di tutti i mali sia l'accumulo di oggetti e, così facendo, sembra proporre la ricerca della soluzione al male di vivere all'esterno di noi. È invece importante riappropriarsi del proprio desiderio, senza demandare ad un altro la responsabilità di ciò che ci accade. Proprio perché “non manca nulla” si verifica quel calo del desiderio che contraddistingue il “male oscuro”. Se abbiamo già tutto cosa resta da desiderare? In quale progetto investire le proprie risorse? Quale meta rimane da raggiungere se non quella ultima, a cui tutti siamo chiamati?

La sindrome depressiva colpisce statisticamente di più le donne rispetto agli uomini. Come mai? Che differenze ci sono tra le cause d'insorgenza della depressione femminile e di quella maschile?

Il femminile è strutturalmente più a stretto contatto con la mancanza, con il senso d'infondatezza, con l'esperienza della perdita, elementi che sono comuni allo stato depressivo. La posizione maschile si fonda, invece, sull'ideale di potenza e di stabilità che solo un evento gravissimo come una perdita importante (di lavoro, di denaro, di una posizione sociale) può sgretolare, facendo franare con sé chi vi fosse attaccato. In questo momento storico, che per le sue caratteristiche peculiari potremmo definire “femminile”, vediamo aumentare i casi di depressione al maschile proprio perché siamo maggiormente confrontati con il vissuto della precarietà e della perdita.

Sui giornali, alla televisione e nelle radio si sente spesso parlare di raptus omicidi commessi da persone che vengono definite “depresse”. È una lettura corretta?

Spesso ci troviamo di fronte a generalizzazioni e semplificazioni eccessive che hanno lo scopo di tentare di spiegare ciò che a volte appare incomprensibile. Se è vero che alcune persone che soffrono di un disagio psichico grave possono arrivare a commettere un gesto estremo come l'omicidio, è altrettanto vero che non si tratta necessariamente di persone “depresse”. Semmai è più probabile trovare una correlazione tra la depressione e il rischio suicidario.

La psicoanalisi ci insegna ad ascoltare ogni storia come se fosse la prima perché ogni persona è unica come unica è la sua storia di vita. In quest'ottica è possibile parlare in tutti i casi di “depressione”?

A noi piace di più parlare di “depressioni”, al plurale, anche perché oggi tendiamo ad utilizzare questa parola, che appartiene al gergo medico-psichiatrico, per definire una vasta gamma di stati che riguardano il tono dell'umore: la tristezza, la disperazione conseguente ad un lutto, la melanconia... Tutte queste diverse “depressioni” hanno delle caratteristiche che le accomunano (le persone che ne soffrono diranno di non sentirsi nulla, di non essere niente, di essere l'uomo o la donna più insignificante del mondo..tutti sono migliori di lui/lei, più fortunati, più interessanti…) ma hanno anche delle sfumature legate al vissuto di ognuno e sono proprio queste, nell'ottica psicoanalitica, a fare la differenza.

Quale via propone la psicoanalisi per “uscire dal tunnel”?

Se da un lato c'è la sofferenza della persona che va innanzitutto accolta ed ascoltata, dall'altro non bisogna dimenticare che, come affermava Freud, ogni sintomo è un messaggio da decifrare. A cosa mira il sintomo depressivo? A “farsi notare” oppure a “togliersi dalla scena”? Sono due posizioni molto diverse che necessitano di interventi diversificati. Una via percorribile è quella del desiderio: ritornare a desiderare. In questo senso il periodo di crisi dell'ultimo decennio, invece che essere letto come una perdita irrimediabile, potrebbe essere visto anche come un'occasione per ricominciare. In fin dei conti quando ci si trova “a valle” si può sempre risalire, scalare la montagna per posare lo sguardo su nuovi orizzonti.
Progetti di prevenzione

Work in progress

Progetto di prevenzione del disagio collegato alla perdita del lavoro.
Leggi...

Bibliografia
Rassegna stampa tematica