Intervento di Massimo Recalcati al Forum di psicoanalisi applicata organizzato dalla Scuola lacaniana di psicoanalisi sul tema "Creare istituzioni di psicoanalisi applicata oggi"
Milano, 13 dicembre 2002
Il mio contributo alla discussione si condensa in tre tesi che sono in realtà tre operazioni: prima tesi-operazione
La questione della psicoanalisi applicata non può prescindere da questa implicazione fondamentale con la storicità propria di un’epoca. E’ un tesi che formulerei così: la condizione di possibilità della psicoanalisi applicata è che la storicità venga assunta come una dimensione non separata dalla clinica. L’applicazione della psicoanalisi è, in questo senso, tutt’uno con la sua implicazione storica. Si tratta in fondo di un principio elementare di materialismo storico che la psicoanalisi non può scansare.
L’applicazione della psicoanalisi, la psicoanalisi applicata distinta da quella pura, implica effettivamente un’ impurità proprio nel senso in cui Marx definiva la condizione del soggetto in rapporto alla struttura: infezione letale, impossibile da guarire, implicazione dell’uomo all’economico come incontro col reale.
Non è possibile pensare seriamente il problema della psicoanalisi applicata se non si tiene conto di un rinnovamento dei rapporti tra clinica e storia, ovvero, se si vuole generalizzare, operare un rinnovamento di quel materialismo storico radicale che ispira epistemologicamente l’opera di Freud. Storicizzazione è saldare pratica clinica con epoca storica. E’, come afferma Jacques-Alain Miller, tenere conto del nostro partner-mondo (13 dicembre 2000). E’ così che leggo il problema di cosa significa creare istituzioni di psicoanalisi applicata oggi.
Come abbiamo visto il presupposto della clinica della specializzazione è medicalistico : esso riduce la questione del soggetto a quella del sintomo. Il suo è un orientamento oggettivamente medicalistico. Il trattamento della specificità del sintomo – per esempio la riabilitazione dell’appetito nelle anoressie o dell’umore nelle depressioni – esaurisce la dimensione della cura come tale. Al contrario la clinica della monosintomaticità adotta la prospettiva della specializzazione nella sua tattica ma non nella sua strategia. Essa tiene conto del partner-mondo – delle trasformazioni storiche della clinica -, dunque non disdegna la supposizione specialistica ma la orienta verso un’altra direzione rispetto a quella della specializzazione in senso stretto: il trattamento del sintomo non esaurisce la cura ma deve permettere l’estrazione della questione soggettiva. Nondimeno se si rifiuta di considerare i sintomi contemporanei come sintomi che hanno come loro punti perni un’omogeneità identificatoria e una comunanza di modi di godimento viene meno la possibilità di operare quel rovesciamento dialettico – essenziale alla pratica della psicoanalisi - dal sintomo come insegna anonima e strutturante gruppi monosintomatici al soggetto finalmente in questione.
Milano, 13 dicembre 2002
Una nuova istituzione per l’applicazione della psicoanalisi alla clinica contemporanea
Il mio contributo alla discussione si condensa in tre tesi che sono in realtà tre operazioni: prima tesi-operazione
1. Storicizzazione
La clinica non è un’ontologia. Non tratta essenze immutabili. Tratta piuttosto le declinazioni storiche della struttura del soggetto. La diacronia soggettiva non è infatti esclusa dalla sincronia della struttura.La questione della psicoanalisi applicata non può prescindere da questa implicazione fondamentale con la storicità propria di un’epoca. E’ un tesi che formulerei così: la condizione di possibilità della psicoanalisi applicata è che la storicità venga assunta come una dimensione non separata dalla clinica. L’applicazione della psicoanalisi è, in questo senso, tutt’uno con la sua implicazione storica. Si tratta in fondo di un principio elementare di materialismo storico che la psicoanalisi non può scansare.
L’applicazione della psicoanalisi, la psicoanalisi applicata distinta da quella pura, implica effettivamente un’ impurità proprio nel senso in cui Marx definiva la condizione del soggetto in rapporto alla struttura: infezione letale, impossibile da guarire, implicazione dell’uomo all’economico come incontro col reale.
Non è possibile pensare seriamente il problema della psicoanalisi applicata se non si tiene conto di un rinnovamento dei rapporti tra clinica e storia, ovvero, se si vuole generalizzare, operare un rinnovamento di quel materialismo storico radicale che ispira epistemologicamente l’opera di Freud. Storicizzazione è saldare pratica clinica con epoca storica. E’, come afferma Jacques-Alain Miller, tenere conto del nostro partner-mondo (13 dicembre 2000). E’ così che leggo il problema di cosa significa creare istituzioni di psicoanalisi applicata oggi.
2. Diagnostica storico-discorsiva
La seconda tesi operativa sostiene che l’applicazione della psicoanalisi nella sua implicazione storica esige una diagnosi preliminare dell’epoca contemporanea. Quali sono, dunque, i tratti più fondamentali dell’epoca contemporanea alla luce della creazione di nuove istituzioni di psicoanalisi applicata?a) è l’epoca delle psicoterapie: è l’epoca della retorica della parola e del dialogo. E’ l’epoca dell’utilitarismo il cui assioma di base è quello del massimo beneficio con il minimo sforzo. Le psicoterapie non implicano il reale come impossibile. Si tratta piuttosto di restaurare una efficienza fantasmatica del soggetto. Nella loro dimensione più specificatamente clinica le psicoterapie operano l’utilizzo eclettico degli strumenti. Esse sono ispirate da una concezione pragmatista della verità: è vero solo ciò che è efficace. Il cui corollario empirico è: tutto vale e va bene se funziona. La clinica della specializzazione è una declinazione attuale dell’eclettismo. Psicoterapeuti dei bambini, degli ammalati di AIDS, degli adolescenti, delle depressioni, degli attacchi di panico, ecc. La specializzazione sembra cioè offrire una concretezza alla clinica della parola: essa implica la figura dell’esperto, dello specialista, come nuovo maitre discorsivo. Il problema è che la specializzazione che domina l’epoca delle psicoterapie crede in un’applicazione medicalistica della psicoterapia: trattare il sintomo specifico come scorporato dal soggetto. Questa credenza nel sapere specialistico sembra attribuire una concretezza maggiore allo psicoterapeuta. La focalizzazione specialistica del trattamento dei sintomi sembra garantire la sua efficacia terapeutica.
b) è l’epoca del discorso del capitalista: è l’epoca del trionfo dell’oggetto, ovvero di una nuova declinazione della perversione che si estende al di là della definizione ristretta di un tratto del soggetto o di una struttura clinica per configurare la declinazione contemporanea del legame sociale stesso. Il discorso del capitalista incentiva una perversione generalizzata come trattamento possibile per ogni nevrosi, ovvero come rimedio alla mancanza a essere che abita il soggetto. Il discorso del capitalista elaborato da Jacques Lacan fornisce effettivamente il matema dell’epoca contemporanea. La divisione del soggetto si eclissa attraverso un cortocircuito costantemente possibile e ripetibile all’infinito con l’oggetto del godimento. La mancanza a essere si trasfigura nell’esperienza di un vuoto che esige semplicemente il suo riempimento. L’applicazione della psicoanalisi non può prescindere da questa metamorfosi in atto nella nozione stessa di soggetto come effetto del passaggio dal discorso del padrone al discorso del capitalista.
c) negli anni settanta in Italia il problema della creazione di nuove istituzioni era innanzitutto quello di aprire la psicoanalisi al quartiere, ovvero di rendere possibile una proletarizzazione della domanda d’analisi, permettendo l’esperienza dell’analisi a chiunque volesse farla, rompendo così il privilegio della psicoanalisi come esperienza borghese.
Ma nel duemila, nel secolo dell’Impero, cosa significa creare istituzioni di psicoanalisi applicata, cosa significa creare nuove istituzioni di psicoanalisi applicata?
Ne L’Autre qui n’existe pas et ses comitée d’ethique Jacques-Alain Miller individua quattro assiomi fondamentali del mondo contemporaneo: il desiderio ridotto alla domanda, il diritto “democratico” al godimento, la parola come strumento di dialogo e la soppressione dell’esperienza del reale. In questo contesto un’epistemologia relativista si coordina ad un’etica pluralizzata. Il mondo contemporaneo è un mondo che non si regola più sull’interdizione del godimento ma sulla sua promozione illimitata. Il problema oggi non è più quello di proletarizzare la domanda d’analisi bensì quello di salvaguardare la possibilità di esistenza stessa di una domanda che non sopprima l’inconscio. Mentre negli anni settanta il problema era consentire l’esperienza dell’inconscio oggi è quello di opporsi alla tendenza sociale dell’ abolizione dell’inconscio.
3. Una clinica della monostintomaticità
La terza tesi operativa è la costituzione di un’istituzione com’è JONAS orientata dalla clinica della monosintomaticità. La clinica contemporanea è infatti una clinica della neosegregazione. Con questa espressione ho proposto di differenziare la segregazione classica, quella studiata da Foucault, che si struttura sull’esclusione del diverso, della deviazione, del non-omogeneo alla norma, da quella contemporanea che, come già avevano in parte intuito sia la Scuola di Francoforte che Pasolini, si struttura invece per un’adesione eccessiva alla norma sociale. La monosintomaticità non è un’invenzione meramente clinica ma è piuttosto il risultato di una trasformazione sociale che la clinica deve considerare. Esistono nel discorso sociale gruppi di soggetti che si riconoscono simili a partire da un tratto identificatorio e da un modo di godimento. Il valore dell’insegna che innesca la formazione delle gruppalità monosintomatiche prova in questo modo (che è un modo patologico per il soggetto) a supplire alla caduta verticale dell’identificazione edipica. La monosintomaticità è una risposta del soggetto all’inesistenza dell’Altro. In questo senso è una tratto essenziale della clinica contemporanea. Il problema che si deve affrontare è: come non ridurre la clinica della monosintomacità ad una clinica della specializzazione?Come abbiamo visto il presupposto della clinica della specializzazione è medicalistico : esso riduce la questione del soggetto a quella del sintomo. Il suo è un orientamento oggettivamente medicalistico. Il trattamento della specificità del sintomo – per esempio la riabilitazione dell’appetito nelle anoressie o dell’umore nelle depressioni – esaurisce la dimensione della cura come tale. Al contrario la clinica della monosintomaticità adotta la prospettiva della specializzazione nella sua tattica ma non nella sua strategia. Essa tiene conto del partner-mondo – delle trasformazioni storiche della clinica -, dunque non disdegna la supposizione specialistica ma la orienta verso un’altra direzione rispetto a quella della specializzazione in senso stretto: il trattamento del sintomo non esaurisce la cura ma deve permettere l’estrazione della questione soggettiva. Nondimeno se si rifiuta di considerare i sintomi contemporanei come sintomi che hanno come loro punti perni un’omogeneità identificatoria e una comunanza di modi di godimento viene meno la possibilità di operare quel rovesciamento dialettico – essenziale alla pratica della psicoanalisi - dal sintomo come insegna anonima e strutturante gruppi monosintomatici al soggetto finalmente in questione.

